Carlo Savigni/New York

Carlo Savigni si avvicina alla fotografia intorno al 1960 e, fra il 1964 e il 1968, realizza pressoché tutte le immagini “ufficiali” dell’ambiente musicale modenese, a cui era particolarmente vicino. Ritrae Francesco Guccini, l’Equipe 84, i Nomadi, il disegnatore Bonvi e una gioventù ribelle e piena di speranze nel cambiamento.

Nelle fotografie dei componenti dei gruppi, è lo stesso Savigni a deciderne le pose e ad individuarne la location. Con la sua lunga sequenza di ritratti, coglie in pieno l’atmosfera beat, in cui anche l’estetica di un paio d’occhiali o di un’acconciatura denotava la ribellione al sistema.

Le sue immagini diventano le copertine dei dischi dei gruppi musicali e accompagnano le loro recensioni sui giornali, perché sono autentiche e coinvolgenti, in completa sintonia con la musica che raccontano.

C’era una volta New York, ed era già NEW YORK. C’era una volta Carlo Savigni, ma lui, a 23 anni, non era ancora del tutto CARLO SAVIGNI.
Fu così che Savigni, che si avviava a diventare Carlo Savigni, andò nella Grande Mela prima che la chiamassero così, e la televisione qui era ancora in bianco e nero.

Con Savigni se c’erano altri, o altre, non lo so e qui non importa. C’era la sua Nikon, ansiosa di essere domata da uno sguardo curioso come pochi, mediatrice meccanica e ottica di un occhio onnivoro.
Un occhio che dai portici di via Canalino, mettiamoci pure Milano e altri viaggi, arrivava sulle streets turrite di grattacieli. E il nuovissimo era vecchio prestissimo e niente stava mai fermo, riflesso in vetrine e palazzi di vetro.

C’era la gente in giro per New York, quella che dall’alto sembrano formiche e,
prima scoperta, a tener lo sguardo basso era ipnotica e misteriosa nel suo movimento incessante.
Carlo vide subito che a puntare l’obiettivo sullo skyline “son buoni tutti”. Gli skyscrapers son tutti fermi, tremanti in cima magari per le note oscillazioni.
Ma sotto, seconda scoperta, si muove tutto e se c’è qualcosa che sembra fermo allora ti sembra di essere tu a muoverti. Così Savigni scopre la “Street photography” senza che nessuno ancora la chiamasse così, e comunque lui non lo sapeva.
E così il mosso è d’obbligo nei suoi scatti, sfoca quel che sfugge verso dove non si sa, e irrompe il colore come una polvere o una ruggine policroma, in una sorta di cromoluminarismo metropolitano.
E la vita va, corre, in apparenza più veloce e intensa, povera o ricca, legale o illegale, ma verso lo stesso traguardo che accomuna tutta la razza umana.

Roberto Serio